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Camerino

-Basilica di San Venanzio
La Basilica è composta da una serie di elementi di origine storico-architettonica diversa. Essa ha origine romane fino ad arrivare alla struttura attuale di carattere neoclassico. Vi sono in essa richiami medievali, cinquecenteschi, barocchi.
Proprio nei decenni successivi alle distruzioni risalenti al sacco svevo si colloca un’intensa attività costruttiva della chiesa, durante la quale viene anche ricostruito il mausoleo del santo in tre ordini sovrapposti, alcuni elementi della facciata e il portale, da collocare tra la fine del ‘300 e il 1412, data di un documento di pagamento di due statue con l’Angelo annunciante e la Vergine annunciata da collocare ai lati del portale, che ormai era in via di completamento. Un altro momento di rinnovamento si ha in epoca rinascimentale, soprattutto per ciò che riguarda la facciata, il portale della sagrestia, commissionato a Polidoro di Stefano da Perugia, e il timpano, che si presenta ora con l’iscrizione mutila “Iulii Caesaris auspicio pinnaculum templi positum fuit anno MCCCCLXXX”, riferita al pinnacolo crollato durante il terremoto del 1799. Risale, invece, al 1558 la sistemazione del coro, durante la quale viene ritrovata la cassettina con le reliquie del santo all’interno del mausoleo. Pur mantenendo la struttura gotica del presbiterio, su commissione del cardinale Mariano Pierbenedetti, alla fine del Cinquecento, viene distrutta l’abside medievale con lo scopo di ampliarla, su probabile disegno di Domenico Fontana, e si ottiene una cripta sotto il presbiterio dove è incluso il mausoleo del santo. All’epoca barocca risale la cupola emisferica, iniziata nel 1673 e terminata nel 1677 dall’architetto Bernardino Bianchini di Camerino, poi ornata di dipinti. Il terremoto del 1799 distrusse parzialmente la chiesa, sebbene le strutture principali rimasero intatte. La facciata gotica, in gran parte conservata, è scandita in tre zone da ampie lesene, con un portale con ampia strombatura ad arco a tutto sesto, impostato su pilastri che recano decorazione fogliacea e colonnine tortili alternate a tralci di vite, mentre sugli stilobati e tutto intorno si ha una centina di marmo bianco intarsiata di pietre dure in parte asportate. L’architrave è ornato con un fregio col Cristo e gli Apostoli e nella lunetta domina la Madonna col Bambino al centro e San Porfirio a sinistra, (statue attribuite alla scuola di Giovanni Pisano da Lionello Venturi, che assimila il portale a quello del Palazzo dei Priori di Perugia), mentre la statua di San Venanzio si è persa. Risalgono, invece, alla fine del XV secolo la riquadratura orizzontale del portale, il rosone, che conteneva i simboli dei quattro Evangelisti, abbattuti nel terremoto e conservati in frammenti nella sagrestia, il timpano e i leoni, simboli del potere guelfo, posti sopra alle mensole, davanti alle due grandi lesene, opera di Polidoro di Stefano da Perugia che li eseguì tra 1476 e 1477 e commissionati dal priore della chiesa Ansovino di Angeluccio Baranciano de’ Pierleoni e da Giulio Cesare da Varano, signore di Camerino. L’interno, a croce latina, è quindi ricostruito in pieno stile neoclassico, diviso in tre navate da due ordini di colonne a base attica e capitello corinzio a sostenere un’architravatura rettilinea. La copertura è a volta a botte nella navata centrale, con una serie di cornici a stucco a formare delle riquadrature che scandiscono il ritmo man mano che si avanza verso il presbiterio, mentre le navate laterali sono coperte da soffitti cassettonati riquadrati, in un insieme di grande equilibrio e proporzione. L’illuminazione è data dall’apertura di sei grandi finestroni nella volta a botte centrale, tre per lato, e da due finestre affrontate per ciascun braccio del transetto e nell’abside, mentre la cupola, fonte di illuminazione principale, è costruita in perfetta semicircolarità. Ad un forte equilibrio interno, quindi, per il quale il modenese Luigi Poletti (architetto a cui venne affidato il progetto di ricostruzione dopo il terremoto del 1799), era stato libero di organizzare al meglio lo spazio, non corrisponde una felice soluzione all’esterno, dove, invece che mantenere gli elementi strutturali gotici, ben risparmiati perché cari alla comunità camerinese, impone la sua facciata con pronao esastilo e frontone e modanature classiche. Nei suoi disegni il Poletti aveva anche previsto, col fine di ottenere la massima simmetria, il rifacimento del secondo campanile, che però è rimasto incompiuto. Nella cripta l’altare è costituito dal Sarcofago di San Porfirio, del II secolo d. C., sarcofago romano in marmo bianco realizzato per contenere le reliquie di San Porfirio, martire nel 253 d. C., e decorato tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo su un lato a fingere un tempietto gotico. L’epigrafe, che si trova sul lato addossato al muro, è stata abrasa e si leggono solo D. M. (Dis Manibus). Al di sopra di questo sarcofago, sostenuta da quattro grifoni accovacciati in marmo nero nei quattro angoli, è collocata l’arca di San Venanzio, attribuita da Venturi ad artista toscano, costruita in calcare con colonne tortili sotto Berardo da Varano (1310-1327), che custodisce l’urna con le reliquie del martire, in legno ricoperto da lamine d’argento, decorata con graffiti raffiguranti episodi della sua vita, databile tra X e XIII secolo. La cripta conserva anche un’edicola riccamente decorata con cornice a candelabri, forse opera di Rocco da Vicenza. La statua argentea del Santo fu fatta fondere dal vescovo Francesco Vivani nel 1764 e donata con sei candelabri d’argento.
-Cattedrale
Opera di Andrea Vici e Clemente Folchi, è stata ricostruita nel primo '800 sul luogo dove sorgeva la cattedrale romanico-gotica distrutta dal terremoto del 1799. Nel grandioso interno e nelle sagrestie si possono ammirare pregevoli esemplari della scultura lignea policroma del '200 (Crocefisso) e del '400 (Madonna della Misericordia) oltre ad interessanti tele di pittori di maniera del '600. Nella cripta sono di notevole ineresse due leoni in pietra di Armanno da Pioraco (fine '200), i busti del Cardinal Angelo Giori e fratello Prospero, dovuti alla bottega del Bernini ('600) e, soprattutto, l'arca marmorea (fine '300) di S. Ansovino (amato vescovo di Camerino in età carolingia), in stile gotico toscano (nella foto).
Il terremoto del 1799 colpì seriamente la Cattedrale, che subì un grave crollo. Per calcolare i danni e progettare un’opera di ricostruzione fu inviato da Roma Andrea Vici, primo architetto della Rev. Fabbrica di San Pietro e allievo del Vanvitelli. Il Vici, accertata la necessità di ricostruire l’edificio, elaborò tre progetti di riedificazione. I primi due (uno che prevedeva una chiesa a tre navate e l’altro a navata unica), ancora legati a forme barocche, avrebbero salvato le parti superstiti della Cattedrale, come il coro, le sagrestie, la facciata, il campanile e le cappelle rimanenti, mentre il terzo progetto, approvato con risoluzione capitolare il 6 luglio 1800, presumeva invece una completa ricostruzione della chiesa, a croce latina, con un asse longitudinale più lungo rispetto alla precedente. La nuova chiesa presentava un’unica navata ed intercolumni a simulare delle piccole navate laterali con grande presbiterio e coro, salvando solo parzialmente le parti superstiti. Lo schema interno risultava quindi più fisso e rigido rispetto alla chiesa precedente, ma molto regolare, con le cappelle, tre per lato, di identiche dimensioni e forma (ad evitare il frastagliamento spaziale precedente) e il ritmo ripetitivo delle colonne con capitelli corinzi (due in corrispondenza di ogni cappella scandita ed individuata da grossi pilastri) a cadenzare lo spazio, mentre un alleggerimento si otteneva solo nelle due cappelle del presbiterio, caratterizzate da angoli smussati. Un altro problema che il Vici dovette risolvere fu quello di accontentare le richieste del vescovado, che avrebbe voluto la facciata della chiesa perpendicolare a quella del Palazzo Vescovile e quindi parallela a quella del lato opposto dello stesso con un portico antistante alla chiesa che fosse una continuazione di quello del palazzo. La pianta della chiesa venne quindi spostata verso nord-est con un conseguente ampliamento della piazza, anche se la proposta originaria formulata dal Vici, bocciata alla fine del 1805, prevedeva una rotazione dell’asse della chiesa di 90° con la facciata affrontata al Palazzo ducale. Si decise quindi per la completa demolizione delle strutture rimanenti in modo da dare inizio immediato ai lavori, che però furono interrotti dall’arrivo dei francesi nel 1807. Alla morte del Vici, nel 1817, i lavori proseguirono sotto la guida dell’ingegner Clemente Folchi, suo genero, che fu libero di modificare ben poco, visto che la chiesa sotterranea e le fondamenta della superiore erano già pronte. Il suo intervento andò comunque a modificare la cappella del Santissimo Sacramento, la quale, ideata a pianta semicircolare, si distinse dalle altre per volere del vescovado. Nel 1823 una parte della chiesa era già messa in funzione, pur mancando ancora molto alla conclusione dei lavori, e soprattutto della facciata. Il Vici aveva già presentato per la facciata un disegno (con prospetto a quattro colonne, frontone e attico sovrapposto), che però non piacque al Folchi, il quale ne progettò altri tre, rifiutati, comunque, dai canonici perché non rispondenti alle loro precedenti richieste. La facciata attuale, caratterizzata da due tozzi campanili, è molto pesante e appiattita (risultando una continuazione degli altri porticati del Palazzo vescovile) e contrasta fortemente con lo slancio verticale dell’interno, che presenta la navata centrale inondata di luce. L’apertura ufficiale al pubblico risale all’8 settembre 1832. L’interno è maestoso, specie nella navata centrale, divisa dalle cappelle laterali da quattro pilastri, movimentati grazie all’inserimento in quattro nicchie di statue dei santi Pietro, Paolo, Leonzio e Ansovino (una per ciascun pilastro e rivolte verso la navata centrale), eseguite da Giuseppe Mazzanti di Cingoli, e intervallati da coppie di colonne in corrispondenza di ogni cappella. I cornicioni sono modanati e sorretti da fitte mensoline, mentre gli stilobati e le zoccolature di calcare rosso scandiscono il ritmo in alternanza al bianco della pietra. Sono da ammirare, all'interno e nelle sagrestie, pregevoli esemplari della scultura lignea policroma del '200 (Crocefisso) e del '400 (Madonna della Misericordia) oltre a interessanti tele di pittori di maniera del '600.
Data costruzione: 1832
-Chiesa di San Filippo Neri
Realizzata nel 1733 su progetto di Pietro Loni di Lugano e Domenico Cipriani di Cesena come nuova sede dei filippini, la chiesa è caratterizzata da una pianta ellittica con cappelle laterali e dalla facciata in mattoni a vista con zoccolo e capitelli in pietra calcarea. La seconda cappella di destra, dedicata a San Filippo Neri, conserva il capolavoro del Tiepolo (1740) raffigurante la "Madonna in gloria col bambino e San Filippo Neri"(nella foto); la prima cappella di sinistra ospita un San Pietro Piangente , copia dall'originale del Guercino.
I Filippini ebbero tra il 1588 e il 1591, sotto la guida di ms. Angelo Matteucci, la loro prima sede a Camerino nella chiesa cinquecentesca di Santa Maria delle Carceri, poco fuori delle mura, per poi spostarsi in città nella chiesa di San Giovanni in Pescheria. La congregazione camerte fu riconosciuta nel 1600 con un breve papale di Clemente VII e fu oggetto di molte donazioni durante tutto il Seicento. Il 24 aprile 1733 fu approvato il progetto di costruzione di una nuova chiesa nel centro della città, ideata dal luganese Pietro Maria Loni (che si sostituisce al camerinese Liborio Raspantini e che a pochi anni di distanza progetta anche la chiesa filippina di Fabriano) e realizzata da Domenico Cipriani da Cesena. Il 5 ottobre 1734 la chiesa era già giunta a copertura, tanto che il 20 maggio 1735 si può dare inizio alle decorazioni interne, mentre risale al 25 maggio 1740 la consegna della pala eseguita dal Tiepolo. Nel 1746 fu innalzato il campanile, che crollò col terremoto del 1799, mentre con l’intervento di Clemente Moghini si ha la conclusione dell’edificio, con la costruzione della facciata a due ordini. La fascia superiore della facciata, culminante in un timpano centinato ad arco ribassato e corrispondente alla larghezza della navata centrale, è raccordata a quella inferiore, divisa in tre campate da paraste binate, tramite delle volute che vanno a poggiare sui pilastri angolari. Il prospetto, in rosso laterizio su uno zoccolo di calcare bianco, con una bicromia che ricorre in tutta la facciata (anche a sottolineare gli altri aspetti decorativi delle basi e dei capitelli ionici delle paraste, dei portali e delle urne del coronamento), è in equilibrio tra tendenze ancora barocche ed un’allusione al classicismo (che si stava diffondendo con l’opera del Vanvitelli), i cui richiami sono ben visibili nell’interno, con una navata ad ellissi allungata e il presbiterio dominato dall’altare della SS. Trinità. Due grandi cappelle laterali, profonde quanto il presbiterio, tagliano in due la chiesa che risulta così modificata in una chiesa a pianta centrale, con l’aggiunta di una profonda abside introdotta da un maestoso arcone trionfale strombato. Alle due grandi cappelle centrali della navata se ne affiancano altre due per ciascun lato, comunicanti con la centrale, in modo da dare grande respiro spaziale al centro dell’edificio. La prima cappella di destra conserva un San Pietro piangente, copia, forse di mano di Bartolomeo Gennari, dall’originale del Guercino del 1639 conservato ad Edimburgo nella National Gallery of Scotland (del quale esiste un’altra copia al Museo di Palazzo Venezia a Roma), e donato nel 1744 da Camillo Matteucci, in memoria del padre fondatore Angelo Matteucci. La seconda cappella, dedicata a San Filippo Neri, conserva il capolavoro del Tiepolo, descritto in seguito più dettagliatamente, mentre nella terza cappella di destra si ha una tela con l’Educazione della Vergine dello jesino Luigi Domenico Valeri. Nella prima cappella a sinistra si conserva, invece, un Crocifisso, mentre nella seconda una Deposizione dalla croce di Anonimo e nella terza una Morte di san Giuseppe sempre di mano del Valeri, a fare pendant all’Educazione della Vergine, collocata nella cappella opposta. La pianta della chiesa si distacca in modo significativo dalla comune tipologia delle chiese filippine delle Marche e i precedenti di questo modello si possono identificare nella chiesa di Sant’Alessandro a Milano di Lorenzo Binago e San Carlo ai Catinari di Rosato Rosati.
-Chiesa di Santa Chiara
Nell’aula liturgica vi sono due dipinti: il primo raffigura “S. Chiara, il beato Pietro da Mogliano e la Beata Battista da Varano” è risalente agli inizi del ‘700, mentre presenta delle dimensioni pari a 300cm. x 178cm. Il secondo la “Presentazione di Maria al Tempio” (di autore ignoto) È possibile inoltre ammirare il magnifico crocifisso ligneo (opera recentemente attribuita con molta probabilità all’Indivini) sull’abside.
Sappiamo che la dedicazione alla Vergine fu conservata in un primo ¬tempo anche dalle Clarisse che successivamente la mutarono, ricordando in tal modo la capostipite dell’Ordine, Santa Chiara. Non ci sono elementi per ipotizzare una dislocazione diversa dall’attuale, e questo fin dall’origine. Piuttosto è da chiedersi se e in che modo il tempio era collegato col piccolo convento olivetano. Le ipotesi fatte dagli studiosi locali parlano di un’ipotetica pianta a U, nella quale il “Bel Maniero” di Giovanni di Bernardo si collegava con delle murature e forse degli ambienti di passaggio con l’attuale facciata della chiesa. Dunque la facciata del monastero che dà su via del Camposanto sarebbe da un punto di vista planimetrico la più antica, e l’operazione di Giulio Cesare da Varano consistette semplicemente nel chiudere organicamente tutti gli spazi che davano su via Medici. Ma l’analisi delle murature esterne, per lo più ricostruite, non conferma né smentisce tale ipotesi. Un’altra teoria a proposito delle trasformazioni del tempio riguarda la sua lunghezza e il suo orientamento. Si è detto che l’edificio iniziale, semplicissimo, ad aula unica con ingresso su via Medici, doveva coincidere con la volumetria dell’attuale coro, in questo caso il campanile era dalla parte opposta. Va anche tenuto in conto il fatto che chiesa e coro in passato erano separati da un muro di cui restano attualmente solo dei monconi nascosti da due colonne; ma anche che il coro è stato ricostruito in muratura leggera, forse proprio a seguito di un’inversione di orientamento. Altra suggestiva ipotesi è quella che ha immaginato per S. Maria Nova un ingresso (sempre su via Medici) dallo stesso lato del coro; cioè ingresso e coro potevano essere originariamente sovrapposti, soprattutto se si tiene conto del fatto che la chiesa era più alta (e, infatti, il soffitto in camorcanna come il rialzo della pavimentazione sono recenti). L’analisi delle murature della facciata attuale della chiesa ci dice altro. Innanzitutto che sul luogo dell’attuale piazzetta di S. Chiara dovevano esservi degli edifici di non precisata planimetria ma con uno sviluppo volumetrico certo, cioè su tre piani (la muratura che si affaccia sulla piazza mostra ancora i fori delle travi su due livelli e il mattonato di una pavimentazione). Il perimetro di tale corpo di fabbrica era tutt’uno con la facciata di S. Chiara. Sempre sulla stessa parete si nota un evidente taglio trasversale crescente verso il cortile, segno esplicito di un’antica falda di tetto che con la sua gemella doveva ricoprire in parte la chiesa, in parte le stanze parallele. Una di queste ultime fu poi trasformata in cripta della Beata Battista (con l’apertura di una porta nel ‘73), mentre le altre di dimensioni e destinazione d’uso imprecisata hanno avuto una storia diversa; tutte comunque erano illuminate da una teoria di finestre che prendevano luce dal cortile. Nel 1904 accadde un fatto grave. Infatti sotto il peso di forti nevicate crollò il tetto del coro, rovinando sull’opera del sanseverinate Domenico Indivini, la quale fu asportata come meglio si potè e collocata nella Pinacoteca dell’Annunziata. Nel 1929 si sfondò anche il tetto sopra la cantoria della chiesa. Infine, il più recente evento traumatico, il terremoto del 1997 che ha reso inagibile la chiesa e il conseguente lavoro di ristrutturazione terminati nel dicembre del 2008.
-Convento di Renacavata
Il Convento dei Cappuccini, primo insediamento di questa congregazione (inizi '500) costruito per volontà della contessa Caterina Cybo, sorge a 3,5 km dalla città. Nella chiesetta annessa sorge sull' altare maggiore una grande maiolica con la Vergine col Bambino e i Ss. Francesco e Agnese. In un' aula del convento è allestito il Museo storico cappuccino che raccoglie i prodotti artigianali dei monaci.
Desiderosi di poter condurre una vita più ispirata alla regola di San Francesco e alla sua originaria intenzione, i due frati, seguiti poi da numerosi altri, chiesero alla Santa Sede di legittimare il loro desiderio di vivere una “vita eremitica” improntata ai primitivi modelli francescani, e dopo non poche difficoltà, grazie anche alla duchessa, riuscirono ad ottenere da papa Clemente VII la bolla “Religionis Zelus” (3 luglio 1528), che gli concedeva di vivere secondo la loro ispirazione, sancendo di fatto la nascita di un nuovo ordine francescano, accanto a quelli già esistenti dei Frati Minori Osservanti e dei Frati Minori Conventuali. Tra i primissimi nomi dell’ordine troviamo quello di “frati minori della vita eremitica”, dove per “eremitica” si intendeva un modo di vivere la Regola del poverello di Assisi alla luce del suo Testamento, in luoghi semplici e ritirati, ma non inaccessibili, vivendo in grande povertà, predicando la buona novella e assistendo i bisognosi. I primi cappuccini cercavano così di mettere in pratica l’esempio dell’assisiate e dei suoi compagni, il cui ideale era di vivere appartati, come Gesù e gli apostoli sul monte Tabor, per infiammarsi dell’amore di Dio nel silenzio contemplativo della preghiera, per poi scendere a valle ad accendere dello stesso fuoco della carità popolo di Dio, in una armoniosa sintesi di vita contemplativa ed attiva. Il nome “cappuccini” nascerà pochi anni dopo l’approvazione della bolla: i bambini di Camerino, luogo di nascita dell’ordine, così appellavano i primi frati per la foggia del loro cappuccio tipicamente a punta come era stato quello di Francesco. Questo gioviale modo di chiamare i frati passò subito ad indicare l’intera congregazione, che divenne dei “Frati Minori Cappuccini”. Non molto sappiamo circa i primi sviluppi del convento e della chiesa di Renacavata. La struttura fu donata dalla duchessa di Camerino verso il 1529, ed è probabile che lei stessa, verso il 1540, abbia arricchito l’altare della piccola cappella con la preziosa maiolica di Santi Buglioni, raffigurante una “sacra conversazione” tra la Vergine con bambino e i santi Francesco e Agnese. L’iconografia rimanda direttamente al cuore della spiritualità francescana: da una parte leggiamo il riferimento al mistero dell’incarnazione del Verbo (la Vergine con il bambino), dall’altro quello alla Passione, con la presenza di Francesco stimmatizzato e di Agnese, che nel nome stesso e nel tenero agnellino che porta in braccio allude al mistero sacrificale del Cristo. Da notare che il santo di Assisi viene qui raffigurato per la prima volta con il saio cappuccino e la lunga barba, emblema, quest’ultima, della vita eremitica. La chiesa ebbe una seconda dedicazione nel 1663 alla “Purificazione di Maria”, titolo che tutt’ora mantiene, e fu arricchita di un altro altare dedicato a San Serafino da Montegranaro, forse in occasione della sua canonizzazione nel 1767. Da questo primo convento l’Ordine si estese ben presto in tutta Italia e successivamente in tutto il mondo, accogliendo chiunque Dio chiamasse a seguire più da vicino la strada tracciata da Francesco, fino ad arrivare ai nostri giorni. E oggi proprio qui a Camerino i frati continuano a vivere secondo il modello del serafico padre e dei primi fondatori dell’ordine, seguendo le orme del Cristo obbediente, povero e casto, trasmettendo alle nuove generazioni la fiamma del carisma francescano-cappuccino, in modo particolare qui grazie al Noviziato, che da secoli continua ad aver sede in questo convento.
Indirizzo Loc. tà Renacavata
Data costruzione: 1531
-Convento di San Domenico
Il complesso costruito dopo il sacco svevo della città ha subito varie trasformazioni nel 400 e nel 500 ed è stato recentemente restaurato per accogliere i musei cittadini. Le opere ivi contenute vanno dal XIII al XIV secolo e comprendono in primo la quadreria settecentesca dei Da Varano di Ferrara con dipinti raffiguranti vari esponenti della famiglia, a queste si sono aggiunte varie opere provenienti in gran parte dalla confisca dei beni ecclesiastici dopo il 1860. Vanno ricordate opere di Olivuccio di Ciccarello, Cola di Pietro, Arcangelo di Cola. Al piano inferiore del convento è allestito il museo civico archeologico dotato di importanti reperti databili dal neolitico al medioevo di diversa provenienza. Aperto dal martedì alla domenica 10:00-13:00 // 15:00-18:00 orario invernale 10:00-13:00 // 16:00-19:00 orario estivo.
Le opere ivi contenute vanno dal XIII al XIV secolo e comprendono in primo la quadreria settecentesca dei Da Varano di Ferrara con dipinti raffiguranti vari esponenti della famiglia, a queste si sono aggiunte varie opere provenienti in gran parte dalla confisca dei beni ecclesiastici dopo il 1860. Vanno ricordate opere di Olivuccio di Ciccarello, Cola di Pietro, Arcangelo di Cola. Al piano inferiore del convento è allestito il museo civico archeologico dotato di importanti reperti databili dal neolitico al medioevo di diversa provenienza.
Aperto dal martedì alla domenica 10.00-13.00 // 15.00-18.00 orario invernale 10.00-13.00 // 16.00-19.00 orario estivo.
Proprietà: Università degli Studi di Camerino
Data costruzione: XIII Secolo
-Monastero di Santa Chiara
La storia del nostro Monastero è da sempre legata al casato dei Varano, e prende l’avvio dalla decisione di Giovanni Varano, nonno di Camilla, il quale, durante i lavori di ristrutturazione delle mura cittadine, pose a custodia delle porte della città alcune comunità religiose. Per questo motivo il 18 luglio 1384 istituì il Monastero di Santa Maria Nova – che solo successivamente fu dedicato a S. Chiara - affidandolo a 12 monaci olivetani.
Successivamente Giulio Cesare Varano farà trasferire i monaci per dare inizio ai lavori di ampliamento di quel Monastero che avrebbe ospitato la figlia prediletta, ormai lontana dal suo sguardo paterno perché entrata a far parte della comunità delle clarisse in Urbino. Il 4 gennaio 1484, infatti, insieme ad altre otto Sorelle provenienti dal Monastero di Urbino, Camilla Battista torna a Camerino, in obbedienza al Santo Padre. E sarà proprio lei a dare lustro al Monastero - del quale fu abbadessa per parecchi anni - vedendolo prosperare con l’arrivo di molte giovani desiderose di camminare nella via del Vangelo, seguendo fedelmente la forma di vita di Chiara d’Assisi. I suoi scritti mistici e la sua straordinaria esperienza umana e spirituale, attirarono su di lei l’attenzione di chi, in quel tempo di fermento e di ricerca di autenticità, voleva vivere con radicalità il Vangelo. Però, nella sua qualità di figlia del signore del luogo, Camilla Battista subì anche le conseguenze delle dolorose vicende che coinvolsero la sua nobile famiglia. Nel 1502, quando Camerino fu assediata dalle truppe di Papa Alessandro VI, la Beata dovette fuggire da Camerino. Cercò rifugio a Fermo, ma dovette proseguire per Atri, nell’allora regno di Napoli. Qui apprese la dolorosa notizia del massacro del padre e di tre fratelli. Essa poté far ritorno a Camerino solo nel 1503, con la restaurazione del governo dei Varano, dopo la morte di Alessandro VI. Inviata da Papa Giulio II nel 1505 al Monastero di Fermo per ristabilirvi la regolare osservanza, ritornò a Camerino un paio d’anni dopo. Nel 1522 si recò, per lo stesso motivo, anche al Monastero di San Severino Marche. Morì il 31 maggio 1524, probabilmente di peste. Il Monastero da lei fondato attraversò vicende molto dolorose: alcune epidemie di peste, con molte vittime, tra cui la stessa Beata. Successivamente, nel 1799, un violento terremoto distrusse quasi totalmente chiesa e monastero. Nel 1808 il Regio Demanio prese possesso del monastero, permettendo alle Sorelle di abitarlo, ma nel 1810 la comunità venne sciolta, e poté ricostituirsi solo dieci anni dopo. Mentre fino ad allora si era osservata la povertà assoluta della Regola di S. Chiara, per sollevare l’estrema miseria in cui le Sorelle erano venute a trovarsi, il Papa Pio VII volle dotare il monastero di beni stabili che furono, però, nuovamente usurpati dall’autorità civile nel 1861. Nel 1866 le clarisse ricevettero l’intimazione di lasciare il monastero per potervi collocare un ricovero e una scuola di ostetricia. Si ritirarono in pochi locali, cedendo i rimanenti al municipio. Nel 1896, le Sorelle riuscirono a stipulare regolare contratto di compravendita con il sindaco, ritornando così in possesso del loro Monastero. Durante la guerra 1915-18 il Monastero fu sequestrato e adibito a ospedale militare. Le Sorelle dovettero temporaneamente trasferirsi nel Monastero di S. Salvatore, ove rimasero dall’ottobre del 1917 al marzo del 1919. In questa lunga catena di contrarietà e disavventure, non mancarono parentesi di serenità e di vera esultanza con le visite al Monastero di ben due Pontefici: Gregorio XVI il 6 settembre 1841, e Pio IX l’11 maggio 1857. Il primo accolse benevolmente le istanze delle Sorelle al fine di ottenere il riconoscimento del culto alla Beata Battista e due anni dopo, il 7 aprile 1843, egli appose la firma al Decreto di Beatificazione, concedendo in suo onore l’Ufficio e la Messa. Pio IX venerò le sue spoglie e concesse l’indulgenza plenaria nel giorno della festa, il 2 giugno. L’autografo del Papa e la penna di cui si servì per stilarlo, sono conservati nel museo annesso al Monastero. Anche Paolo VI, quando ancora era il Card. Battista Montini, venne in visita alla beata, sua protettrice, con un gruppo di giovani della FUCI. Segnarono momenti di grande gioia anche le visite di diversi Ministri Generali dell’Ordine: P. Luigi Da Parma, P. Serafino Cimino, P. Leonardo Maria Bello e, da ultimo, quella di P. Josè Rodriguez Carballo. Altrettanti anelli d’oro nella storia del Monastero furono pure le tappe del culto della Beata Battista, delle quali oggi anche noi siamo testimoni. Il processo di canonizzazione, introdotto nel 1879, nel 2005 ha visto concludersi l’iter di approvazione fino ad arrivare al 12 luglio 2007 con la chiusura del processo diocesano per l’approvazione del presunto miracolo. Il 18 giugno 2009, la commissione medica vaticana ha dichiarato inspiegabile il miracolo dal punto di vista scientifico. Ora attendiamo il concistoro con il quale il Papa apporrà la firma definitiva per la canonizzazione. Oggi la comunità conta 5 Sorelle, di cui una novizia, tre delle quali provenienti dal Monastero di San Severino M. dal 21 novembre 2004, per rifondare la fraternità numericamente assai ridotta, per seguire i lavori di ristrutturazione del Monastero e della Chiesa danneggiati dal terremoto del 1997, ma soprattutto per mantenere vivo il culto alla Beata Camilla Battista Varano ed essere una presenza e una testimonianza autentica della bellezza di appartenere a Cristo, povero e crocifisso.
-Oratorio di San Giovanni Decollato
La chiesa, non certa nella data di fondazione, dovrebbe essere della fine del '400 o dei primi del '500; era della Confraternita della Misericordia che assisteva i condannati a morte. Nel 1592 fu ceduta dalla Confraternita ai primi filippini che la utilizzarono come oratorio e successivamente inglobata dal complesso monumentale comprendente sia la chiesa di San Filippo che il convento. Nell'800 seguì la sorte di San Filippo e quindi fu devoluta al demanio. Architettonicamente l'oratorio presenta una pianta ellittica e l'altare centrale di fattura cinquecentesca.
Proprietà: Comune
-Palazzo Arcivescovile
Il Palazzo Arcivescovile fu eretto dal vescovo Berardo Bongiovanni (1574) sulle mura della città e su costruzioni medievali in parte inglobate. Alla fine del sec. XVI i lati nord e ovest della piazza assumevano l'attuale volto. Si presume che risalga ai tempi del Cardinale Del Bufalo (1601-1606) la collocazione della corte interna, che presenta le tre arcate di fondo aperte sulla valle, del pozzo del De Buoi. Il prospetto principale risulta suddiviso in tre ordini e caratterizzato, al piano terra, dal porticato con volte a crociera e con pilastri, lesene e trabeazione in arenaria.
Si presume che risalga ai tempi del Cardinale Del Bufalo (1601-1606) la collocazione della corte interna, che presenta le tre arcate di fondo aperte sulla valle, del pozzo del De Buoi. Il prospetto principale risulta suddiviso in tre ordini e caratterizzato, al piano terra, dal porticato con volte a crociera e con pilastri, lesene e trabeazione in arenaria.
Data costruzione: 1572/-80
-Palazzo comunale Bongiovanni
Sede dei vescovi di Camerino, fu ceduto alla città nel 1573 da Berardo Bongiovanni, dopo l'avvio con fondi propri di un nuovo episcopio presso la cattedrale. Sono visitabili la sala dei Priori, tempio delle antiche memorie cittadine, decorata con frammenti lapidei romani e pregevoli busti, la sala degli stucchi e quella consiliare che accoglie un coro in noce proveniente dalla seicentesca chiesa domenicana di S. Caterina, attuale sede dell'Archivio di Stato.
Proprietà: Comune
-Palazzo Ducale
Lungo la cornice esterna lo stemma dei Da Varano si alterna con la rosa dei Malatesta e col nodo d' amore, allusione al matrimonio di Giulio Cesare con Giovanna Malatesta.Il bel cortile interno, porticato e risalente al XV secolo,presenta talune somiglianze con il palazzo ducale di Urbino. Da una apertura in fondo a sinistra si accede ad un ampio balcone. Nell' interno, occupato dall' università, particolarmente suggestivi sono i sotterranei dove ad es. si può ammirare l' aula della Muta cosiddetta perché durante il periodo della muta ospitava le voliere degli uccelli da richiamo utilizzati dai Da Varano per le battute di caccia. Notevole anche l' aula Scialoya che conserva il suo arredo settecentesco. A valle si estende l'orto botanico cui si accede dalla loggia attraverso una lunga scala a chiocciola che risale al XVI secolo.
Dopo la fine della Signoria dei da Varano (1571) il Palazzo diventa sede degli uffici governativi dello Stato della Chiesa e poi dell’Università, subendo irrimediabili perdite nelle decorazioni pittoriche e nelle strutture. Si erge strategicamente nei pressi della cattedrale, nello spazio più sacro della città, sulla sommità del colle, proprio quando questo raggiunge il suo minimo livello, tanto da rendere necessarie le fondazioni sul ciglio della rupe, su due terrazze più in basso, per evitare di stringere troppo lo spazio della piazza. Le prime notizie del palazzo risalgono agli anni che seguono il sacco di Camerino ad opera del re Manfredi (1259), quando Gentile I da Varano, podestà della città, costruisce il palazzo posto nel quartiere di Sossanto (probabilmente in corrispondenza di un originario insieme fortificato comprendente tutto il lato nord di Camerino), recuperando le cosiddette “Case Vecchie”, e già dal 1266 è in grado di ospitare gli uffici del Comune, privi di una sede propria. Il piano su cui è fondato il palazzo è costruito su pilastri quadrati sui quali si innestano delle arcate a tutto sesto, delle quali ne sono visibili ancora due, che forse dovevano fare parte di una facciata. Il primo nucleo del palazzo è quello più a nord, verso San Venanzio, ed è molto probabile che fosse unito alla Cattedrale fino a quando, alla fine del XIII secolo, questa fortificazione, della quale doveva far parte una torre dalle murature molto spesse che terminava con una loggia a piccole arcate, non venne interrotta con l’apertura della Porta Gentile: resti di questa unione si potevano ancora individuare nel Ponte di Madonna che collegava tra il 1259 e il 1570 il palazzo e la cappella gentilizia del Duomo. Una seconda stratificazione si ha sotto Venanzio, nella seconda metà del Trecento, a seguito dell’ottenimento del vicariato apostolico da parte dei da Varano. Venanzio inizia a costruire un po’ più a monte, accanto alla torre preesistente che diventa così parte integrante di questa nuova architettura, fungendo da collegamento verticale ai tre piani. Il palazzo di Venanzio, ancora incompleto nel 1418, doveva apparire come una vera e propria residenza signorile, visto che al piano nobile aveva una Sala Grande di rappresentanza adibita a feste e ricevimenti, con otto finestre, due camini, soffitto ligneo e di continuo abbellita con arazzi, affreschi, intarsi. Il cosiddetto Palazzo vecchio è composto dalle Case Vecchie (Palazzo di Gentile) e dal Palazzo di Venanzio, i quali, tra il 1464 e il 1475 e per volere di Giulio Cesare, vengono appunto ampliati ed accorpati con la costruzione, ad opera di maestranze lombarde, di imponenti volte laterizie a coprire le strade che li separavano. Caratteristici del palazzo erano anche gli orti, alla base del palazzo e verso la campagna, nei quali si svolgevano i giochi dei tornei, e lo spazio pensile che collegava il piano terra ai giardini sottostanti Tra il 1489 e il 1492 Giulio Cesare fa invece costruire il cosiddetto “Palazzo nuovo”, edificato anch’esso su preesistenze e collegato alle precedenti costruzioni (ma all’epoca forse privo di comunicazione interna col Palazzo Vecchio), del quale è oggi ben visibile il cortile (la logia magna) che lo caratterizza, recuperato nei restauri operati dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. Il Palazzo nuovo aveva anche un ingresso monumentale sulla piazza, con un pulpito dal quale il signore poteva affacciarsi, posto sopra al portone principale e sorretto da due colonne, mentre le stanze decorate che correvano al primo piano, sostenute dalle arcate del cortile, sono completamente perdute. Nel 1571, terminata la Signoria e divenuto Palazzo Apostolico, vengono costruiti cinque contrafforti a sostenere la costruzione a valle. Nel 1749 dalla sala grande del Palazzo Apostolico, ceduta al Comune, si ricavano, ad uso dell’Università otto ampie aule con corridoio centrale, mentre nel 1760 si effettua un intervento di consolidamento strutturale con la formazione di pilastri e sottarchi nel cortile maggiore e con la messa in opera di catene nei sotterranei. Ulteriori acquisizioni da parte dell’Università si hanno intorno al 1950, mentre tra il 1976 e il 1978 hanno inizio i restauri da parte della Sopirintendenza per i Beni Architettonici per le Marche, che danno il via al recupero del cortile e delle sale voltate delle “case vecchie”, rinvenendo nel 1985, nascosti sotto una scialbatura, gli ambienti affrescati in un salone del piano terra del palazzo di ‘Venanzio’.
Data costruzione: XIV Secolo
-Palazzo Pierbenedetti
Il Palazzo Pierbenedetti, oggi di proprietà della famiglia Santacchi, venne eretto su commissione del Cardinale omonimo alla fine del XVI secolo, come testimoniato dagli stemmi araldici conservati all’interno dell’edificio monumentale. Da fonti storiche si desume che la costruzione del Palazzo venne avviata nel 1589 circa, anno in cui il Pierbenedetti venne insignito della porpora, e nel 1594 sembra che l’edificio fosse già completato, almeno nella struttura architettonica, e comunque degno di ospitare autorità pubbliche.
L’importante carica ecclesiastica ricoperta da Mariano Pierbenedetti, in particolare la carica di governatore di Roma e i successivi incarichi nelle congregazioni, portarono il Cardinale a risiedere con frequenza nella capitale, dove gli fu possibile conoscere l’architetto Domenico Fontana (1543-1607), attivo nella città richiamato dalla corte pontificia. È certo che il Cardinale commissionò direttamente al Fontana, negli stessi anni in cui eseguiva la tomba di Sisto V in Roma (1588), la sistemazione della chiesa inferiore di San Venanzio in Camerino. I progetti realizzati dall’architetto nella città di Camerino ed il rapporto diretto con il Cardinale fanno ipotizzare, con buona attendibilità, l’attribuzione al fontana del progetto del Palazzo. Attualmente sotto il profilo architettonico l’immobile risulta fortemente rimaneggiato, con ampie parti ricostruite agli inizi dell’ottocento. Esso è caratterizzato da una pregevole facciata in cotto a vista, definitasi canoni dell’architettura del cinquecento, che appare sovrapposta ad una più antica tessitura muraria. In particolare, numerosi rimaneggiamenti sono stati effettuati nella corte interna, senza però cancellare la pregevole configurazione architettonica e spaziale, disegnata da eleganti proporzioni con precise partiture da cui traspare una cura progettuale e realizzativa elevata. La composizione architettonica delle pareti della corte è caratterizzata infatti da una scansione regolare, tripartita, eseguita mediante l’utilizzo di proporzionate lesene. Queste si sviluppano in altezza, in doppio ordine, e terminano per ambedue i piani con capitelli. Una più aggettante cornice marcapiano segna il primo ordine architettonico, nell’evidente ricerca figurativa di dilatare lo spazio della corte stessa, spazio oggi modificato dalla presenza di ballatoi. Arch. Massimo Fiori
-Porta Caterina Cibo
E' una delle porte più antiche di Camerino e fu costruita con lo scopo di presidiare il cuore della città. L'antico nome "Porta Cisterna"deriva dal borgo sviluppatosi intorno alla cisterna di Camerino che si trovava ai piedi del Palazzo Ducale, riserva d'acqua fondamentale per la città. L'attuale nome "Porta Caterina Cibo" le venne attribuito più tardi in onore della duchessa di Camerino. La porta conserva ancora i battenti in legno e nelle mura sottostanti sono visibili i segni della presenza di un antico ponte levatoio.
L'attuale nome "Porta Caterina Cibo" le venne attribuito più tardi in onore della duchessa di Camerino. La porta conserva ancora i battenti in legno e nelle mura sottostanti sono visibili i segni della presenza di un antico ponte levatoio.
-Porta Malatesta
Venne edificata in onore di Giovanna Malatesta, moglie di Giulio Cesare da Varano, nel XVI secolo. Dalla porta si può ammirare il bellissimo panorama dai Monti Sibillini al Catria.
-Rocca Borgesca
Si narra che Cesare Borgia nel 1503 la fece costruire non a difesa della città ma per tenere in soggezione i cittadini nostalgici della dinastia varanesca, pare infatti che i suoi cannoni fossero rivolti verso il centro. La rocca era divisa dalla città da uno stapiombo superabile con un audace ponte, successivamente fu riempito per volere di papa Clemente X Vescovo di Camerino
Dal piazzale della Vittoria, con il Monumento ai Caduti dello scultore Giuseppe Tonini, si accede ai giardini che furono ricavati dalla riempitura del fossato e spalti adiacenti che circondavano l’antica rocca ai tempi di papa Clemente X (1670-1676). Voluta da Alessandro VI Borgia ‘per sospetto’ dei camerti sottomessi nel 1502 dal figlio Cesare, progettata da Lodovico Clodio (+ 1514), figura poliedrica ed inquietante di prelato, fu quasi ultimata col lavoro di manuali convocati da molte città tra il maggio e l’agosto 1503, prolungando i muri di sostegno che cingevano già il convento di San Pietro in Muralto ed inglobandolo. Giovanni Maria Da Varano la completò, la mise in comunicazione sotterranea con il palazzo ducale e la armò: quarantadue bocche di fuoco in ferro e bronzo, codette e smerigli, archibugi, mortai, cannoni, serpentini.., e corrispondenti cavalli e soldati. La pianta ha tracciato trapezoidale che delimita la piattaforma interna sul bordo di un precipizio; sui vertici ad est e ad ovest due torrioni cilindrici, su quello nord un grande mastio quadrangolare che ai tempi di Clemente VII custodì il tesoro di Loreto; fino al 1852 fu lazzaretto; per prendere pietra, nel 1867, fu parzialmente smantellato insieme alla chiesa di San Pietro di Muralto e parte del convento che Giulio Cesare aveva fatto costruire nel 1480 per i minori, su un precedente monastero. Il piazzale offre ai bambini spazio e aria. L’ala restata del convento (ore sede di un caratteristico ristorante) ha due piani di sale a volta, ariose, rinascimentali, ove morì il beato Pietro da Mogliano, quasi librate sullo spalto con quel panorama sui Sibillini che mandava in visibilio Giulio Cesare. Sulla strada che varca le mura castellane in simmetria con la porta Malatesta, ad angolo, era la porta Della Rovere. Colmati i fossati, demoliti gli edifici interni e rimosse le merlature, la rocca si qualifica come superbo belvedere. Il giardino fu realizzato 1924, integrando alberi piantati già nell’800. Al suo interno sono ospitati i busti di due illustri personaggi: il compositore Filippo Marchetti e il drammaturgo Ugo Betti.
Data costruzione: 1503
-Rocca d’Ajello
Rocca d'Ajello
La rocca D' Ajello rappresentava lo snodo cruciale della linea difensiva fatta innalzare da Giovanni detto Spaccaferro per contrastare gli sporadici attacchi provenienti da Matelica e da San Severino. Quasi un secolo prima Gentile I aveva fatto costruire due torri in collegamento visivo con altre fortificazioni e collegate attraverso una galleria sotterranea. Le torri vennero poi saldate ad altre strutture murarie fino a formare una villa con rocca.
Il giardino è in effetti, come ha rilevato un paesaggista inglese, una grande terrazza delimitata da mura merlate con vista sulle montagne e sul paesaggio circostante. Sei grandi aiole circondate da siepi di bosso con al centro una vasca ovale e due panchine in pietra, costituiscono l'impianto originale del giardino. Alle estremità, fra gruppi di pini, aceri, ippocastani e tigli, sorgevano (attualmente ne rimane uno solo) due gazebi di gusto ottocentesco realizzati con piante di alloro: all'interno un tavolo e sedili in pietra. Negli ultimi dieci anni il giardino è stato sottoposto ad una serie di interventi di restauro ed è stato completamente ripiantato: l'impianto attuale è quindi ancora molto giovane. Oltre a consolidare le murature, sono state ripristinate le siepi in bosso in parte danneggiate da un crollo e la fitta coltre di edera che ricopriva la facciata è stata eliminata e sostituita da una serie di rose antiche rampicanti nelle tonalità del bianco e del rosa: Rosa longicuspis, Albéric Barbier, Rosa Filipes Kiftsgate, che in pochi anni si è arrampicata fino a 10 metri di altezza, Rosa Brunonii varietà "La Mortola", Paul's Himalayan Musk, Zéphirine Drouhin, Souvenir de Mme Léonie Viennot. Le clematidi si arrampicano un po' ovunque fra le rose e gli arbusti: sulla facciata troviamo due Clematis Montana, una bianca e una rosa, e poi Comtesse de Bouchaud, Nelly Moser, Perle d'Azur, The President; Polish Spirit, Viticella Kermesina, Rouge Cardinal, Prince Charles, Etoile Violette. Molte altre clematidi si trovano nel frutteto, nel giardino bianco e alla fattoria . Nelle aiole predominano le rose: Iceberg, sempre in fiore fino a Natale, le profumatissime rose inglesi Heritage, GertrudeJekyll, Mary Rose, la muscosa Alfred de Dalmas, e poi Comte de Chambord, Leonardo da Vinci di Meilland, rifiorentissima e dalla forma di rosa antica e molte altre. Insieme alle rose, a seconda delle stagioni troviamo delphinium, nicotiana, campanule, dalie, anemone japonica. Nelle zone più ombrose, peonie, hostas, digitali, crisantemi coreani. Nei grandi vasi intorno alla vasca esuberanti fioriture di rosa Ballerina e poi diascia, aubretia, helianthemum piantati con tulipani e dalie in grandi bigonci di legno. Le due panchine in pietra con teste di leoni sono circondate da rose: Complicata, Baroness de Rotschild , Awakening, Francis E. Lester , White Cockade . Lungo la facciata sud della casa una bordura di arbusti, rose a cespuglio e piante tappezzanti: partendo dal cancello di ingresso, troviamo sul muro a destra le rose Sombreuil , Marie Louise, Wedding Day , una piccola siepe di Douceur Normande di Meilland. La rosa Félicité et Perpétue si intreccia sull'inferriata a fianco del cancello. Alle rose si accompagnano piante di acanto, senecio, caryopteris clandonensis, spirea, aquilegia, weigelia, viburno, forsizia, hypericum, hemerocallis, buddleia, salvia. Una coltre di fragoline, pervinche, ajuga reptans, diascia, erigeron, lamium ricopre il terreno sotto i cespugli. Alle due estremità del giardino, troviamo da un lato un gruppo di pini, dall'altro tigli, ippocastani e aceri. Sotto gli alberi sono state collocate delle mezze botti piene di ortensie, bulbi e crisantemini bianchi . In primavera ovunque spuntano tulipani nelle varietà Angélique, Peach Blossom e White Triumphator, narcisi, giacinti, allium ecc. Le fioriture si susseguono anche fuori dal giardino, lungo il vialetto di accesso, dove troviamo, fra le altre, le rose Rambling Rector, Blush Noisette, Glore de Dijon, Ophelia, Excelsa, Penelope, Nozomi, Golden Wings, Charles de Mills, Ballerina, Bourbon Queen, insieme a cespugli di lavanda, phlomis, corbezzoli, berberis, pyracantha, cotynus, agrifoglio, pitosforo, spirea, teucrium fruticans, cistus, abelia. In primavera il sentiero è bordato da tromboni , cui seguono gli iris. C'è anche un piccolo giardino solo di fiori bianchi, dove crescono le rose Banksiae alba plena, Prosperity, Francine Austin, Little White Pet, Iceberg, M.me Alfred Carrière, insieme ad anemoni, narcisi, dalie, viburnum, buddleie, spiree, Exochorda Macranta "the Bride" , Hydrangea paniculata grandiflora Annabelle.
approfondimenti
Data costruzione: 1382
-Rocca Varano
Fu tra le fortificazioni più importanti dei signori di Camerino. Dopo la fine del ducato fu trasformata in casa colonica, restaurata dal comune di Camerino è oggi utilizzata come centro di convegni, mostre e spettacoli. Merita di salirvi anche per lo splendido panorama sul paesaggio circostante.
Dopo il sacco svevo (1259), i Da Varano ampliarono il loro potere nella città camerte fino a diventarne i signori indiscussi e si diedero a costruire il loro palazzo fortificato sulle mura urbiche, costruzione che si protrasse fino a tutto il XV secolo. Il maniero si trasformò in rocca ed entrò a far parte del sistema difensivo dello Stato camerte, un sistema particolarmente efficiente di fortilizi in corrispondenza visiva che perimetrava i suoi confini. Nel 1384 Giovanni di Berardo Varano fece eseguire lavori di trasformazione ed adattamento ai nuovi usi. Presumibilmente i lavori sono quelli che ancora oggi si rileggono sugli apparecchi murari in vista e riguardano la costruzione della seconda cinta muraria che fa capo al rivelino sormontato dalla torre di guardia e l'antistante vallo con ponte levatoio (lato ovest). Tale cinta, ad ovest, comprende il nuovo corpo di guardia, include la preesistente torre maestra (che si erge ancora oggi per 19 metri da 450,40 m s.l. m alla base a 469,40 m alla sommità del rudere) e si prolunga ad L con la scuderia che cinge il palatium verso sud ad una quota ad esso inferiore. La particolarità architettonica dei nuovi parametri murari, ancora visibili sulla parte di muro originaria, è che si presentano all'esterno con filari di pietra calcarea alternati ad arenaria; evenienza giustificabile per la compresenza, nel luogo, delle due formazioni rocciose, ma soprattutto indice di una certa finezza stilistica dei mastri muratori che vi operarono. Con il decadere dell'importanza strategica e politica dei luoghi e con l'avvento della polvere da sparo che imponeva nuovi sistemi bellici e di difesa, i fortilizi a pianta quadrangolare, con le alte torri e muraglie a spigoli vivi, cominciarono a cadere in disuso e quindi in rovina; si salvarono soltanto alcuni di essi trasformati in case coloniche (come nel nostro caso) o trasformati in villa (Lanciano, Rocca d'Aiello). I lavori più recenti eseguiti sulla Rocca riguardano il rifacimento di alcuni tratti di muro negli anni '50, '70 ed il consolidamento eseguito alcuni anni orsono a cura della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Ambientali delle Marche, che hanno reso percorribile e visitabile l'intero maniero all'interno della cinta muraria e di ciò che resta del palatium". Dal 1997 Rocca Varano viene gestita dall'Associazione "Arti e Mestieri" che ogni anno ne cura l’apertura al pubblico come Centro espositivo permanente dell'artigianato artistico. Orario: 10,30 – 12,30 / 16,00 – 19,30 Luglio e Settembre: sabato pomeriggio e domenica Agosto: tutti i giorni, escluso il lunedì Ottobre: domenica pomeriggio
Associazione “Arti e Mestieri” tel. 0733 232527 - cell. 338 3828055 - e-mail arti mestieri@gmail.com Rocca Varano tel. 0737 464004
approfondimenti
Proprietà: Comune di Camerino
Data costruzione: Nel XIV secolo Giovanni da Varano restaurò un vecchio fortilizio che sorgeva da almeno un secolo
-Santuario di Maria Madre della Misericordia di Capolapiaggia
Questa chiesa é nota soprattutto perché conserva al suo interno la "Madonna della Misericordia" proveniente dal santuario di Santa Maria di Pielapiaggia, oggi casa privata.
Indirizzo Loc.tà Capolapiaggia
-Santuario di Santa Maria in Via
Luogo di grande culto alla Madre Celeste ivi rappresentata da un interessante icona che raffigura la Madonna col Bambino attribuita al Maestro di Camerino.
L’attuale chiesa fu costruita con progetto di Andrea Sacchi sull’area della precedente, di un oratorio, della canonica, di altre case acquistate dal card. Angelo Glori, tra il 1639 e il 1642. Nel 1643 accolse l’immagine. Fu consacrata nel 1654. La pianta ha forma ellittica: sull’asse maggiore, m. 28, il. presbiterio e un’esedra con la porta di fondo al lato opposto; sull’asse minore si aprono quattro cappelle semicircolari e due porte laterali. Ai due localini che fiancheggiano l’ingresso, il battistero a sinistra e la cappella del Crocifisso a destra, corrispondono ai lati dell’abside l’oratorio della confraternita e la sagrestia dalla quale si accede all’edicola della Vergine, aperta, sulla chiesa. La volta in mattoni, abbattuta dal terremoto del 1799, fu sostituita dal tetto a capriate, invero troppo alto sul timpano, e dalla volta in camorcanna ribassata ed indipendente. L’esterno, in mattoni, è ovunque assai semplice; la facciata, a due piani sovrapposti, è divisa, verticalmente da paraste. Il portale e l’architrave poggiano su due stipiti; il timpano, a corda, e qualche altra decorazione, è in pietra arenaria, qua e là malamente sostituita da cemento. L’interno presenta sostanzialmente l’aspetto architettonico primitivo, raccolto e armonioso, e la decorazione del secolo scorso: le pareti a finto marmo con policromia un po’ esuberante portata a termine dall’Adami di Roma e dal Ferranti di Tolentino nel 1896; il complesso scenografico dipinto sulla volta dal decoratore camerinese Giuseppe Rinaldi, detto lo Spazza, illustra vita e misteri di Maria; più accademica la decorazione del presbiterio di Orazio Orazi, altro pittore cittadino, anche se narra con figure ancora riconoscibili della Camerino ultimo ottocento l’arrivo da Smirne dell’immagine e la sua incoronazione. La critica ha precisato l’epoca della tavola (1265-75), l’origine umbro-marchigiana e ha chiamato convenzionalmente Maestro di Camerino l’ignoto autore al quale si attribuisce anche la Madonna in Providence della Fogg Art Museum presso l’università di Harvard a Cambridge. Un restauro del 1973, ha consolidato il legno, fermata la superficie pittorica, rinnovata la policromia offuscata da spessa patina di fumo e di sudicio. La Vergine è ripresa in aspetto rigido, ieratica solennità, bizantina trascendenza. Al di là del totale immobilismo e della impeccabile simmetria compositiva; il disegno è sottile, le immagini nobili, gli sguardi profondi, l’abbraccio materno. I colori vanno dal chiaro al giallo, dall’azzurro al rosso; il fondo è argentato con doratura a “mecca”, la corona del capo a lunetta. Finissima l’Annunciazione della base nella quale le figure, che si misurano in uno spazio architettonico ben delineato, accennano a movimento ed esprimono sentimenti raccolti e profondissimi. La scritta a caratteri gotici precisa il tema della composizione: “Virgo parit Christum velut angelus intimat ipsum”. Nella cappellina di destra dell’esedra, ove una volta era la tomba del cardinale Giori, si venera il Crocefisso con il quale nel 1750 San Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, benedisse il popolo di Camerino a coronamento di una missione. Proviene dalla cappella Strada di Beldiletto. Pur in carta pesta è molto espressivo. Il cardinale Giori provvide ad ornare le quattro cappelle con dodici tele di “pittori celebri”, tre per ogni cappella: uno sopra l’altare, il migliore, e due ai lati. In realtà si tratta quasi sempre di copie, anche se di buona fattura. Sull’altare della prima cappella a destra i Santi Francesco di Sales e di Paola sono del Sacchi, come forse i santi della cappella di fronte; nella seconda campeggia una replica dell’Arcangelo. Michele del Reni. Nella cappella di fronte, la Flagellazione, forse la tela migliore, è di un caravaggesco. Al Valentin di Boulogne appartengono due tele, restaurate nel 1973 e conservate in sacrestia: San Giovanni Battista e San Girolamo fatte fare per essere collocate “sopra li portali” delle due sacrestie. I motivi opposti, il vecchio e il giovane, sono cari ai caravaggeschi; lo studio dei modelli e l’analisi psicologica si uniscono nell'impaginazione larga e nobile di spirito classico. I colori trasparenti e la leggerezza pittorica propongono una data attorno al 1628-30; la sobrietà monumentale, la patina melanconica delle figure e il denso cromatismo collocano le due tele tra le opere più poetiche del sempre più stimato pittore. Nell’oratorio della confraternita, insieme a sette apostoli molto vicini all’opera dei Sacchi ed altre tele, il Sant’Andrea è antica copia da Simone Vouet, studioso vigoroso e naturalistico dalla testa modellata e accuratamente eseguita. La chiesa è stata duramente colpita dal terremoto del 1997 e dopo i lavori di consolidamento e restauro è stata riaperta al culto nel settembre del 2006.
Data costruzione: 1600
-Tempio Ducale dell’Annunziata
La costruzione della chiesa è legata ad una leggenda, che vuole che nel 1494 un'immagine della vergine annunciata, proveniente dalla casa di un bestemmiatore, sia stata vista predire gravi sciagure per Camerino. La tradizione popolare vuole che, nei pressi del luogo del ritrovamento dell'immagine, Giulio Cesare da Varano faccia iniziare l'edificazione della chiesa. L'interno è diviso in tre navate da colonne in arenaria di stile corinzio: nell'ultima cappellina della navata sinistra si conserva un affresco del 1508 col Battesimo di Cristo attribuito alla scuola del Perugino. La presenza del portale trecentesco in facciata, fa pensare che la chiesa sia stata edificata su una preesistenza
Dell’icona, sottratta nel 1968 al tesoro di S. Venanzio dove si conservava a partire dalla ricostruzione della omonima basilica (1875) e dalla definitiva cessione al demanio del tempio, resta purtroppo un’unica foto in bianco e nero di qualità non eccelsa. Camillo Lili, il maggiore storico di Camerino, riferì l’evento miracoloso e l’avvio della costruzione al 1494: documenti recentemente emersi anticipano l’avvio di un biennio almeno. Giulio Cesare Varano, massimo dinasta del ‘400, sarebbe stato indotto ad assumere l’onere maggiore della costruzione dalla speranza di esorcizzare predizioni oscure - e non di meno inquietanti per la città e la famiglia signorile - fatte dall’icona in lacrime ad una pia donna e dal desiderio di disporre del patronato di un intero splendido tempio, utile a celebrare, oltre che il culto di Dio e della Vergine, i fasti della famiglia. La presenza in quegli anni a Camerino di Baccio Pontelli al servizio del Varano e le strette affinità fra il tempio camerte e Santa Maria di Orciano di cui è certa la paternità dell’architetto, inducono a ritenere l’edificio opera del fiorentino (1450 c. – post 1500), ritenuto autore anche del coevo cortile del palazzo ducale di Camerino. Cade così definitivamente la paternità di Rocco da Vicenza, avanzata sulla affinità fra il tempio camerte e quello sanseverinate di Santa Maria del Glorioso da questo realizzato, ma eretto più tardi e ripreso da quello camerte Testimonianze coeve riferiscono che nel corso della cerimonia di fondazione Giulio Cesare sotterrò due scudi d’oro agli angoli dell’edificio, secondo un rituale antico e raro nel XV sec. ma carico di richiami classici e denso di simbologie. La realizzazione della fabbrica (1493-1508 c.), portata avanti da maestranze locali, è discontinua. Il breve dominio di Cesare Borgia (1502-1503) interrompe la costruzione della chiesa che è successivamente ripresa da Giovanni Maria da Varano, l’unico figlio di Giulio Cesare scampato all’eccidio voluto dal Borgia. L’edificio fin dal 1508, fu affidato ai Padri Fiesolani di San Girolamo che la mantennero fino al 1669, quando subentrarono i Barnabiti. Passato al demanio pubblico con le soppressioni successive all’unità d’Italia, fu adibito agli usi più disparati: fu filanda per la seta, deposito di scotano, sede della Pinacoteca civica, granaio e sede di Archivio di Stato. Non sappiamo quale facciata il Pontelli riservasse all’edificio: sul fronte a capanna fu sistemato un inadeguato ed anacronistico portale trecentesco - forse proveniente dalla demolita chiesa di S. Maria dei Vignali - in pietra bianca e rosa, con arco a tutto sesto strombato sorretto da tre colonnine per lato (due a spirale la centrale scanalata), pallida immagine di quello splendido della vicina basilica di San Venanzio. Il portaletto è sormontato da un grande scudo vaiato in arenaria bianca che riporta l’iscrizione lO.MA.PM.DUX (Giovanni Maria Primo Duca). Fu infatti il primo della famiglia da Varano ad essere investito nel 1515 del titolo ducale che viene così trasferito anche all’edificio sacro denominato ‘Tempio Ducale’. In esso Giovanni Maria e sua moglie Caterina Cybo si riservarono una cappella, dedicata ai Santi Crisante e Daria, dove si fecero raffigurare insieme a molti membri della corte. L’interno, a tre navate divise da due serie di colonne monoliti in arenaria che poggiano su alti plinti, è splendido ed inconsueto: realizza un esempio ‘Hallenkirche’, rarissimo in Italia e appena meno inconsueto nell’Europa del nord, dove appunto si creò la denominazione di ‘chiesa-sala’. I capitelli, diversamente decorati ed ornati con stemmi ed emblemi varaneschi, sono simili, ma più curati di quelli del cortile del Palazzo Ducale. Le volte a crociera della copertura si impostano sui capitelli sormontati da frammenti di trabeazione e si agganciano ai muri perimetrali con peducci, richiamando ancora una volta lo schema compositivo della loggia del Palazzo. Le tre navate terminano con absidi semicircolari. Il pavimento dell’abside principale, leggermente sopraelevato, è decorato con lo stemma vaiato dei da Varano, realizzato ad intarsio con pietre nere e bianche. Nei muri perimetrali, a destra e a sinistra, restano le nicchie poco profonde ed irregolari ad arco a tutto sesto destinate a contenere gli altari. Della decorazione pittorica rimane a vista solo un affresco datato 1508, posto nell’ultima cappellina della navata sinistra ove si legge l’iscrizione PETRI NANZARELLI CIVIS CAMERS IMPENSA SACELLUM ISTUD IN ONOREM B. JOANNIS B. DEPICTUM FUIT MDVIII QUINTILI MENSE MEDIO. Attribuito alla scuola del Perugino, il dipinto - che raffigura il Battesimo di Cristo - è stato poi ascritto a Marchisiano di Giorgio, un artista di origine slava che ha lasciato varie opere fra Camerino, Tolentino, Sarnano ed altri centri della zona. L’affresco, di chiara matrice peruginesca, raffigura, sotto l’emiciclo con Dio padre circondato da cherubini e da due angeli oranti disposti simmetricamente, il Battesimo di Cristo con a lato quattro angeli di cui due in piedi e due inginocchiati. L’affresco è molto prossimo a quello conservato nella chiesa della Nunziatella a Foligno, forse del 1506-07, ed attribuito proprio al Perugino. L’impianto della chiesa della SS. Annunziata, considerata dagli esperti tra le più belle d’ogni epoca realizzate in Regione, trova dei collegamenti con modelli dell’area adriatica tra Ravenna e Venezia: lo schema longitudinale con le absidi, le colonne e l’assenza della cupola richiamano modelli basilicali tardoantichi e altomedievali sopravvissuti in quella ristretta zona.